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La testa incassata fra le fragili spalle, con le pupille a ciondolargli negli incavi. Ha come due bucce diafane e umide sui due occhi, che non coprono il tormento ma te lo rifrangono sui tuoi, come fa una secchiata di spilli. Il capo buttato giù nelle spalle, come se reggesse sul cranio il culo del mondo, sorreggendolo; o forse reggendo il peso di un pensiero che osserva il domani. Il grosso e sformato fondoschiena buttato su di una sedia a rotelle, a tenere il ritmo di una sorte -girovelmente -zoppa...
A ogni tot ore del giorno diventa un aggeggio da Luna Park, quando il padre gli fa fare il solito giretto per le vie cittadine ad esibire il "Fu fatto carne di spermatozoi malati"; e tira dritto...
(...Aggiungi o togli un "1" sul conteggio finale dei cromosomi e realizzi non so quanti anni e anni di vita travagliata e stramaledetta. La natura ama la perfezione, ma non ha compassione di sé se ogni tanto sbaglia e tira dritto nella produzione )
I bulbi oculari del ragazzino sono spugne di sangue, guizzante e fresco sangue. Ciò è dovuto al fatto che la sua mente è sempre piena di produttivi carnefici, che si trovano al mondo e maneggiano ogni arma di tortura per causargli dolore e ferite, ma mai ucciderlo. Compresi madre e padre. E lui è l’unica e sofferente vittima. Visto il suo accartocciamento sulla bara a rotelle, come non dargli torto...
Si sentirà una vittima a cui viene imposta ogni tortura esistente in questo mondo criminale che, per lavarsi i crimini dal corpo e dall'anima, ogni notte si immerge dentro un'acquasantiera colma di ammoniaca e rugiada per uscirne fuori pulito all'alba. O si vedrà come un pezzo di carne ben arrotolata in una carta da macello...
Ha pressappoco vent'anni e così tante lacerazioni sull'anima e pare che la parola "speranza" danzi sulle labbra come fa una bestemmia. Gli occhi screziati di sangue rappresentano il rosso zampillio dell'anima. Un buco al centro della carrozzella, in cui tenta di cacare anche il cervello per non avere nessunissima percezione della sofferenza procuratagli dalla mummificazione della sbilenca spina dorsale, e finalmente sgravarsi di tutto il mondo poggiato sul collo, almeno per un po'.
Ogni tanto il paziente padre, aiutato da un amico, tenta di farlo rizzare dalla carrozzella. Al ragazzo la cosa non va granché a genio: smorfia di brutto, come se percepisse di stare a stento sul ciglio di un trampolino composto di alluminio e plastica, spinto su di un mare di cemento per poi schiantarsi e spaccarsi del tutto...
Le mani di entrambi, messe a mo' di funi metalliche usate nei centri di carenaggio, gli agganciano le ascelle; poi lo alzano in modo lento e delicato, come a dire: "Ehi mondo, anche lui esiste, e come esiste! Stiamo cercando di migliorarlo nei movimenti. Ogni tanto lo facciamo salire sul palco fatto di muffite ossa e pelle spiegazzata a recitare un qualcosa che sa di cellule in miglioramento, per essere come voi. Sì, essere come voi...".
Con le sghembe e flosce braccia a serpolare sui fianchi, a ricordare serpi morte, e gli occhi non più a guizzargli negli incavi ma rivolti fissi verso l'alto: perché forse ha intravisto Dio che gira il capo dall'altra parte.
Dopo un minuto di supplizio e agonia, lasciato sprofondare lentamente sulla croce posta su due ruote, il ragazzo tira un lungo e liberatorio sospiro di sollievo. Gli occhi ancora a guardare pietosamente in alto, perché può acciambellarsi e finalmente — nella carrozzella e non più visibile dai compassionevoli sguardi dei passanti — sottrarsi all'esibizione di una sorte bipolare che gli è andata giù di brutto con la mannaia. Biascica parole incapibili, quasi sputate. Ha sempre sulle labbra un cordoncino di bava, come fossero parole liquefatte, senza vita. E quando è seduto, al mondo che sogna è meno visibile: solo da chi abbia voglia di dargli uno sguardo basso e di sguincio...
E a nessuno strappa un semplice sorriso. Nessuno gli mostra un sorriso che vada dritto nei suoi occhi...
Un 'espressione di dolore gli scorre sul viso, facendolo sentire ancora di più un'appendice in cancrena che penzola dal mondo in salute.
Nel vedere il smunto corpo in piedi , pare di scorgere la forma di un angelo menomato di piedi, che ha le ali rattrappite nelle scapole; paiono due spuntoni di ossa uscire da una strisciata e pallida pelle. Tenta di farle esplodere in ali e poi staccarsi, librarsi per l'aria da quel calco d'ossa, ma senza mai riuscirci: perché è come una statua ottenuta da un malloppo di alluminio, plastica, pelle, ossa. Una statua da cui scendono lacrime in caduta libera sul pavimento, a spiaccicarcisi... Un Icaro moderno che non sogna di volare, ma di alzarsi dalla sedia a rotelle e incamminarsi verso il sorriso del sole...
Forse passerà tutto il suo tempo davanti alla finestra della sua cameretta, ben incastrato sulla poltrona d'alluminio e plastica, a fissare la strada: a vedere il prossimo che cammina,corre e sorride a chi è come lui.
E lo fa sulle proprie gambe.